Dalla nascita di Bestia al rapporto con Milano, passando per L’Eclisse, la queerness, Lou Reed, Pasolini e Delitto e castigo: Joen racconta il disco che ha trasformato una crisi personale in un percorso di rinascita artistica.
Nato in Abruzzo e cresciuto tra esperienze vissute a New York, Roma e Milano, Joen è un cantautore e autore queer che intreccia art pop, cantautorato e ricerca poetica in un linguaggio personale e viscerale.
Con Bestia (FLUIDOSTUDIO) , il suo nuovo EP, trasforma una profonda crisi personale in un racconto fatto di desiderio, vergogna, identità e rinascita, costruendo un immaginario che dialoga con figure come Lou Reed, David Bowie, Franco Battiato, Pier Paolo Pasolini e Alda Merini.
Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la genesi del progetto e e il percorso che lo ha portato a liberare la sua “Bestia”.

“Bestia” nasce da una metamorfosi personale molto profonda. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questo progetto doveva esistere e prendere questa forma?
La parola Bestia mi ronzava in testa da almeno cinque anni (tant’è che l’ho ritrovata in diversi quaderni del passato). Non capivo perché, ma mi affascinavano il suo suono e la sua potenza: anche sussurrata, ti arrivava in faccia quasi schiaffeggiandoti e ammaliandoti allo stesso tempo.
Poi, nel 2023, arrivai a Milano. Non riuscivo a scrivere, ero tristissimo per una grande delusione amorosa. Mi sentivo quasi svuotato, iniziavo a perdere sempre più il contatto con la realtà, con la decenza e con la moralità. Un giorno un mio caro amico, senza pensarci troppo e quasi per scherzo, mi disse: «Sei una Bestia».
Ovviamente non era un complimento, ma mi colpì il leggero senso di eccitazione che provai sentendo riaffiorare quella parola nella mia vita, soprattutto perché era rivolta a me. Mi guardai attraverso i suoi occhi e capii esattamente cosa intendesse: ero diventato, o meglio, avevo liberato, la Bestia.
Non potevo però accettare che fosse un insulto e, dopo qualche giorno, capii che l’unico modo per trasformarla in un complimento era la musica. Da lì, nel giro di una settimana, le canzoni, testo e melodia, erano finite.
Vivevo vicino a Milano Centrale e dalla finestra guardavo il Pirellone mentre lavoravo. È come se quel grande pisello d’acciaio mi avesse sussurrato tutto all’orecchio.
Col senno di poi ho capito che mi stavo salvando da solo. Avevo in testa tanti sensi di colpa, tanta rabbia, tanta delusione e soprattutto una grandissima voglia di stare a casa il meno possibile, per poi trascinarmici dopo giorni e notti passati nelle mani della Milano che ti distrugge.
Bestia è questo: è la teorizzazione dello schifo che, se non avessi reso percepibile ai sensi umani, mi avrebbe fagocitato.

Nel disco convivono vulnerabilità e ferocia, dolore e liberazione. Quanto è stato difficile trasformare esperienze così intime in canzoni da condividere con il pubblico?
Io non scrivo di me. O almeno, a forza di rassicurare i miei genitori e i miei parenti che fosse tutto fictional, per evitare la vergogna e la responsabilità di aver fatto quello che ho fatto, mi sono convinto che fosse così.
Solo di recente sono riuscito ad accettare che queste canzoni non sono soltanto un racconto glam, colorato dalle lenti attraverso cui vedevo e vivevo la vita, ma raccontano cose che, magari senza accorgermene o non direttamente sulla mia pelle, ho realmente vissuto.
Col senno di poi penso che il movimento espressivo che va dal dentro al fuori non sia difficile, se sei fiero di te. Io sono sempre estremamente fiero di me. Non sicuro, ma fiero.
Amo quello che faccio e amo farlo a modo mio, anche quando sbaglio. Per questo non mi pesa mettere il mio privato nelle mani di sconosciuti. Mi fa sentire più vicino al mondo e utile a qualcosa.
Le esperienze umane sono tutte belle e interessanti. Semplicemente, a qualcuno piace condividerle più che ad altri.
Momenti di timidezza verso ciò che era mio e ora non lo è più li ho avuti in questi due anni. Nell’ultimo mese, però, sono riuscito ad accettare che sia normale avere paura e anche un po’ di vergogna all’idea che qualcuno possa avere tra le mani me e il mio passato, vedendoci dentro persino cose che io non riesco a vedere.
In fondo la vergogna è soltanto un’arma per l’eccitazione, credo. È come stare nudi davanti a un gruppo di persone: terribile, quasi violento, ma allo stesso tempo sono convinto che ecciterebbe perfino una suora.
È questa la sensazione che provo adesso.
Hai vissuto tra Abruzzo, New York e Milano: in che modo questi luoghi hanno influenzato la tua identità artistica e l’estetica sonora di Bestia?
Dall’Abruzzo ho preso i peli sul petto, da New York il non guardare a terra mentre cammino e da Milano il sentirmi solo, ma anche bene. Tra New York e Milano c’è stato anche un periodo a Roma: da lei ho preso la capacità di amare e soprattutto di odiare.
Ho sempre avuto un rapporto strano con i luoghi in cui ho vissuto. Li consideravo quasi amici: ci parlavo, mi ci confidavo, ci litigavo.
Ho odiato non sentirmi accolto e, allo stesso tempo, mi è capitato tante volte di tornare a casa dopo una grande serata e ringraziare la città sussurrandole cose sdolcinate. Credo basti questo per capire quanto sia importante per me il luogo in cui vivo e quanto contribuisca a modellare la mia persona.
Nel caso di Bestia, sono convinto che mi sia stata impiantata. O meglio: l’ho concepita a New York, a Roma ha iniziato a formarsi nella mia pancia, muovendomi gli organi e indirizzando i miei passi, e a Milano è schizzata fuori. Non so precisamente da quale buco.
Tutto quel percorso è parte di ciò che oggi le persone possono ascoltare.
La cosa più interessante, però, è il “dopo”. Sto ancora cercando di capire se Bestia stia bene dove si trova, se mi faccia gli sgambetti oppure se stia provando a trascinarmi verso strade nuove, o magari se lo abbia già fatto in passato, conducendomi in anfratti che senza di lei non avrei mai esplorato.
Da quando il disco è uscito mi sembra quasi che si sia potenziata. La sento tirarmi per il braccio verso qualcosa di nuovo. Si vedrà.

“L’Eclisse” è presentata come il brano più personale dell’EP. Cosa rappresenta oggi per te quella canzone e come è cambiato il tuo rapporto con il periodo in cui l’hai scritta?
L’Eclisse è l’unica canzone che ho scritto che mi ha fatto piangere singhiozzando. Non perché fosse bella, non me lo direi mai da solo, ma per quanto profondamente mi ci rivedevo.
Ricordo il giorno in cui l’ho finita, da solo in camera: guardavo il Pirellone e lacrimavo. Ricordo il giorno in cui abbiamo concluso la produzione con Matteo D’Angelo: tornando a casa lacrimavo. E ricordo anche il giorno in cui l’ho cantata dal vivo, durante il concerto per festeggiare l’uscita del disco: lacrimavo ancora.
Non so bene perché, ma è come se Joen mi facesse tenerezza. Ed è una cosa incredibile, perché forse è l’unico modo in cui riesco davvero a volermi bene. Per quanto possa essere problematico, in quella canzone sento ancora il dolore bambinesco che avevo dentro: ricordo che le parole uscivano come un fiume.
Di solito ascolto le mie canzoni solo dopo averle scritte, durante la produzione e il giorno della pubblicazione. Poi basta.
L’Eclisse, invece, ogni tanto continuo ancora ad ascoltarla. È come se tutto si fermasse. Sono fiero di essere riuscito a racchiudere con tanta sincerità quello che stavo vivendo in tre minuti di musica e parole.
Penso che Eclisse contenga due frasi che mi accompagneranno per sempre: «L’eclisse è buia per tutti e due, anzi per tutto il mondo. Allora perché son l’unico che sbaglia strada ad ogni incrocio?» e «Ma sono io o è tutto il mondo che cerca dolore solo per non sentirsi in torto? Ed eccomi qui, come son ridotto, che ho preferito essere preda che essere mostro.»
Mi piace questo trittico tra me, l’altro e il mondo. Racconta qualcosa di estremamente privato ma, allo stesso tempo, universale.
Sono sicuro che esistano tante “bestie” che sentono queste frasi dentro di sé tanto quanto me. Ed è questo, forse anche se può sembrare scontato, l’unico motivo per cui scrivo canzoni.
Le influenze: da Lou Reed a Pasolini
Citi come ispirazioni come Lou Reed, Bowie, Pasolini e Alda Merini. Quali insegnamenti o suggestioni hai ereditato da queste figure e come li hai rielaborati nel tuo linguaggio?
Negli ultimi due anni ho avuto due trinità ad accompagnare il mio cammino. La prima è formata da chi mette le parole nella musica: Lou Reed, David Bowie e Franco Battiato. L’altra da chi mette la musica nelle parole: Alda Merini, Pier Paolo Pasolini e William Burroughs.
Non sono soltanto delle ispirazioni. Amarli, per me, è ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Sono quel qualcosa in più che ti consola quando tutto perde di senso. Credo sia un’esperienza comune a ogni essere umano, e penso che sia stata anche la benzina di tutti loro.
Sono convinto che tutto ciò che considero bello nasca da una perdita di senso. Da una sorta di uragano che spazza via tutto e costringe la mente a ricostruire, per paura di rimanere rasa al suolo.
È una fretta sana: quella di trasformare in poesia ciò che ci devasta, affinché non ci divori completamente. Per me la parola, anzi, l’unione geniale delle parole (e la definizione di “geniale” spetta a ognuno trovarla), è la cosa più bella che l’essere umano abbia mai creato.
Per questo non mi definirei mai un musicista. Mi considero un amante delle parole, soprattutto delle parole messe in musica.
Anche per questo Bestia è nato insieme al Manuale Illustrato Propedeutico all’Animo Bestiale, un magazine che raccoglie miei scritti narrativi, illustrazioni di Nicolò Bonaccorti ed Emanuele Censi, fotografie di Shanti Simonetti e cianotipie di Alessandro Montiglio.
Vorrei che diventasse, per chi lo legge, una sorta di istruzioni volutamente poco chiare, su cosa significhi abbracciare il proprio animo bestiale.
Mi sembrava l’unico modo per espandere il concetto di Bestia fino al punto in cui, secondo me, la mente ha bisogno di essere accompagnata per coglierne davvero il significato.

La tua idea di queerness sembra lontana dalle rappresentazioni più patinate e rassicuranti. Che cosa significa per te raccontarla attraverso immagini di imperfezione, desiderio e contraddizione?
Per me la sessualità non può essere considerata un tratto caratteristico della personalità. È puro etichettamento associare un modo di pensare o di vivere ai propri desideri sessuali.
Siamo sempre stati animali liberi, ma siamo stati così sfortunati da ritrovarci imprigionati dai “noi” del passato, da chi nella storia ha deciso, per logiche di potere, di dare spazio e importanza all’omofobia, al sessismo, al bigottismo e, più in generale, a un’idea rigida di purezza e decenza.
Quando parlo del decadere delle etichette non parlo della fine della comunità. Le comunità fanno parte dell’esperienza umana di liberazione ed è bellissimo che esistano, così come è fondamentale continuare a difenderle.
Quello che non sopporto è vedere come molto spesso la rappresentazione queer, soprattutto negli ultimi anni, per paura di essere giudicata o per il desiderio di apparire “nel giusto”, finisca per appollaiarsi su un’idea mainstream di amore e bene comune, di positività, di felicità quasi forzata o, peggio ancora, di tenerezza e dolcezza.
Oppure, all’estremo opposto, venga raccontata solo come ribellione, associando automaticamente la vita queer alla sregolatezza più totale o a un desiderio sessuale esasperato.
Credo di non sopportare i preconcetti. Cerco ogni giorno di uscire da un’idea preimpostata di sessualità. La Bestia vive tutto in quanto Bestia. Ama e scopa come vuole e quanto vuole.
L’unica formula della bestialità è essere fedeli ai propri istinti sinceri, qualunque essi siano, purché non ledano l’altro.Tutto questo non ha assolutamente nulla a che fare con l’orientamento sessuale di una persona.
Io, per esempio, sto ancora imparando a essere sincero. Per me la bestialità coincide semplicemente con l’essere sinceri con ciò che si desidera, con ciò che si pensa, con ciò che si vuole e con ciò che si vive.
Se Bestia è un disco nato per “scagionarsi da tutte le colpe”, dopo queste sei tracce c’è una colpa da cui senti di esserti finalmente assolto oppure il processo è ancora in corso?
Mi piace molto questa domanda perché, in realtà, Bestia è stata scritta mentre leggevo Delitto e castigo di Dostoevskij. Leggevo e scrivevo, scrivevo e leggevo.
Ho capito, sia grazie a quel libro di Dostoevskij, sia grazie al tempo, che bisognerebbe vivere in equilibrio tra l’assumersi le proprie colpe e lo scagionarsene, tra il punirsi e il perdonarsi e, soprattutto, tra il non vivere schiacciati dai sensi di colpa e il saperli usare a proprio favore.
È un luogo difficilissimo in cui abitare, ma credo sia anche l’unico in cui la vita interiore e quella esteriore riescono davvero a essere coerenti tra loro.
La mia risposta, quindi, è no: non mi sono né assolto né perdonato da nulla. Grazie a Bestia, però, ho capito che forse non ne ho bisogno.
Il mio processo è semplicemente sospeso per mancanza di prove rilevanti, nel marasma delle cinquecento prove e testimonianze che ogni giorno vengono raccolte.
Se Bestia fosse un film, quale sarebbe?
Ci ho pensato molto e non ne sono ancora convinto. Forse non ne basta uno, ma per ora direi Totally F**ed Up* di Gregg Araki.
L’ultimo album di cui ti sei innamorato?
Suicidio di Faust’O, un album del 1978 che ha dentro così tanto futuro da far male. E poi Godi, la canzone che contiene: è più Bestia di qualsiasi parola ci sia dentro Bestia.

